L’impeachment che non fu. Tre appunti per i mesi a venire

by Andrea Varsori

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva nella sala stampa del Quirinale la sera di domenica 27 maggio (Image Credit: LaPresse)

Per l’Italia, gli ultimi giorni del mese scorso sono stati estremamente movimentati, anche per gli standard a cui la politica nazionale e internazionale ci ha abituato negli ultimi anni. Tra il 28 e il 29 maggio, abbiamo assistito all’impennarsi di tensioni interne e esterne. Politici, osservatori e cittadini hanno preso parte a uno scontro senza precedenti tra il Presidente della Repubblica e le due forze politiche che stavano formando il governo, la Lega e il Movimento 5 Stelle. Quest’ultima ha seriamente proposto la messa in stato d’accusa del Presidente. Alla chiamata nelle piazze da parte del M5S ha risposto il Partito Democratico, in una escalation di mobilitazione. Nel frattempo, esponenti politici nazionali si sono scontrati con membri della Commissione Europea e parlamentari europei. Investitori stranieri hanno perso fiducia nella capacità italiana di ripagare il debito, con immediate conseguenze sul valore dei titoli bancari e sul costo pagato dal Paese per rifinanziarsi sui mercati. Almeno in questo senso, sembrava di essere tornati nel caos del novembre 2011.

A vedere, invece, quello che è successo nei giorni successivi, c’è di che stupirsi. Una frattura che, lunedì e martedì, sembrava insanabile e capace di dividere il Paese, si è ricomposta con il semplice spostamento di Paolo Savona, economista fortemente critico della partecipazione italiana all’euro, dal Ministero dell’Economia al meno importante Ministero agli Affari Europei. Il veto del Presidente è stato così superato. Tra giovedì sera e venerdì pomeriggio, un governo tecnico nato morto è stato accantonato, e un governo politico è nato e ha giurato fedeltà alla Repubblica. Quello stesso sabato, Giuseppe Conte, il neo-premier, sedeva sorridente al fianco di Mattarella. E ora, con la fiducia ottenuta in entrambe le camere, il governo Conte è una realtà solida, al contrario di quello che si poteva pensare solo qualche giorno prima.

Sarebbe sbagliato, però, pensare che tutto questo non conti più. Gli eventi degli ultimi giorni di maggio possono ora sembrare sepolti dalle dichiarazioni di quelli che adesso sono esponenti di Governo, soprattutto considerando quanto poco durino le notizie nel clima mediatico in cui viviamo. Per quanto la nascita del governo Conte abbia cambiato la situazione politica nazionale, però, non ha cambiato di certo alcuni fattori strutturali. Questi fattori persistono, e riguardano l’instabilità politica interna, che può tornare in qualsiasi momento; la debolezza economica italiana, che conta ancora moltissimo; e il rapporto tra Italia ed Unione Europea, ormai più di scontro che di confronto.

 

Politica italiana: mai davvero stabile

La prima osservazione che si può fare è che, almeno per i prossimi mesi, non potremo dire che la situazione politica italiana si sia davvero stabilizzata. Questo punto di vista può sembrare molto pessimista, considerato che il governo Conte è nato e ha una maggioranza relativamente solida e un contratto di governo già pronto. La mia risposta a queste obiezioni si limita a evidenziare due eventi accaduti dopo che è emerso il veto di Sergio Mattarella su Paolo Savona. Il primo è la scelta di Matteo Salvini di abbandonare il tavolo dei negoziati e far saltare, in un primo momento, il governo Conte. Sull’opportunità politica della mossa di Mattarella, ovviamente, si può discutere: ma non è quello che interessa qui. La crisi tra M5S, Lega e Quirinale, infatti, si poteva benissimo evitare, soprattutto nel caso sia vera l’ipotesi che Mattarella avesse proposto Giancarlo Giorgetti, storico esponente leghista, come alternativa a Savona. È probabile che la mossa di Salvini sia stata motivata dalla crescita in popolarità che ne sarebbe seguita per la Lega, fotografata da molti recenti sondaggi. Anche se questo non fosse vero, però, la crisi di rapporti si poteva benissimo evitare. La nascita del governo Conte con Savona agli Affari Europei dimostra che un’alternativa era possibile. La reazione di Salvini ha mostrato, nel caso peggiore, opportunismo, nel caso migliore mancanza di capacità di gestire negoziati politici.

Ancora più grave è stata la reazione di Luigi Di Maio, con l’immediata proposta di mettere Mattarella in stato d’accusa. Questa idea, infatti, è stata chiaramente lanciata senza pianificazione alcuna. Ne è testimone il fatto che la Lega da subito si sia dimostrata scettica, pur criticando fortemente il Presidente, e se ne sia tirata fuori già lunedì 28 maggio. Di Maio ha scommesso una parte rilevante del suo capitale politico e delle possibilità di successo del suo partito su una mossa rischiosa, polarizzante, e senza molte possibilità di ottenere risultati tangibili. Ha perfino convocato una manifestazione a Roma che, man mano che la settimana passava, ha dovuto assistere a una paradossale inversione di toni. Chiedere la messa in stato d’accusa è stata una mossa autolesionista per Di Maio e il M5S; il che è grave, dato che denota, come nel caso di Salvini, opportunismo oppure mancanza di capacità di gestire delle crisi.

Queste dimostrazioni di inabilità politica non fanno ben sperare, viste le differenze di storia e retorica tra Lega e M5S. La coordinazione tra le due forze, nei giorni peggiori della crisi istituzionale, è stata scarsa, per non dire inesistente. Questo aspetto potrebbe migliorare se le due forze politiche sapranno imparare a coordinarsi e a guadagnare una la fiducia dell’altra. Ma, stante come si sono comportate la settimana scorsa, questo non succederà certo nel breve periodo. Ancora per qualche mese non potremo dire che l’Italia sia davvero stabile. Un qualsiasi inciampo può accadere di nuovo, con tutte le conseguenze negative che abbiamo visto.

 

Economia italiana: una continua debolezza

Le conseguenze negative sono state, principalmente, di natura economica e hanno dimostrato che l’Italia è ancora molto fragile sotto questo punto di vista. Questa affermazione è basata su dati, piuttosto che pregiudizi. La situazione attuale di moderata crescita non deve infatti mascherare il fatto che i fondamentali economici sono ancora deboli. Innanzitutto, la crescita economica italiana è ancora minore di quella degli altri Paesi dell’Eurozona e, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, probabilmente rallenterà l’anno prossimo. La produttività italiana è bassa e stagnante ormai da decenni. L’Italia non è considerata un buon ambiente per fare impresa e non ha molto successo nell’attrarre investimenti esteri, con Regno Unito, Francia e Germania in una posizione molto migliore, nonostante alcuni miglioramenti recenti. La pressione fiscale è tra le più alte d’Europa; il tasso di povertà è in aumento; il tasso di disoccupazione è ancora relativamente alto, specialmente per i giovani, e anche la sua recente diminuzione è dovuta perlopiù a creazione di posti di lavoro a tempo determinato. Infine, la crescita economica italiana è principalmente trainata dalle esportazioni, che saranno particolarmente vulnerabili alle guerre commerciali che gli Stati Uniti stanno iniziando con l’Unione Europea.

Tutto questo aggrava la situazione del debito pubblico. L’Italia ha il secondo rapporto tra debito e PIL più alto d’Europa, superata in questo solo dalla Grecia, e il quinto più alto nel mondo. Il 32% del debito sovrano italiano è in mano a investitori esteri. Questo è un fatto fondamentale, poiché, nel momento in cui questi hanno ragioni per temere che l’Italia non possa o non voglia ripagare il suo debito, il costo che il Paese affronta per finanziarsi sui mercati si alza, limitando immediatamente la disponibilità di soldi del governo. A partire dalla crisi del debito sovrano del 2011, in realtà, la quota di debito in mano a investitori esteri è progressivamente diminuita. È passata dal 51% del 2010 al 36.1% del 2016; in questo, le operazioni di Quantitative Easing della BCE hanno costituito un’occasione che gli investitori esteri hanno sfruttato per liberarsi di circa 78 miliardi di euro di titoli di stato italiani tra il 2015 e l’inizio di quest’anno. Da una parte, questa diminuzione è un fenomeno positivo, poiché riduce in una certa misura il rischio di contagio tra Italia e Unione Europea e rende Roma meno dipendente dai mercati esteri. Dall’altra parte, però, le banche italiane ora possiedono una porzione maggiore del debito sovrano nazionale. Questo significa che qualsiasi crisi del debito italiano si traduce immediatamente in una crisi bancaria, comportando minore accesso al credito per imprese e famiglie.

È molto difficile che questi fondamentali economici cambino nel breve periodo.

 

Rapporto Italia-UE: i pregiudizi hanno la meglio

Infine, gli eventi della scorsa settimana ci hanno dimostrato che il rapporto tra Italia e Unione Europea probabilmente sarà di scontro, piuttosto che di cooperazione. Si tratta di uno scontro che riguarda innanzitutto le regole europee. Per quanto ci siano notevoli differenze tra Lega e Movimento 5 Stelle, queste due forze politiche hanno un obbiettivo comune: convincere Bruxelles ad allentare i limiti sulla spesa pubblica e a rimandare qualsiasi tentativo di riduzione del debito sovrano italiano. Carlo Cottarelli, qualche giorno prima di essere coinvolto nello sfortunato tentativo di formare un governo tecnico, aveva pubblicato con l’Osservatorio Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano uno studio in cui analizzava costi e coperture del contratto di programma M5S-Lega. Lo studio evidenziava che le proposte avanzate dalle forze di governo costeranno tra i 108.7 e i 125.7 miliardi di euro, con coperture previste per solo mezzo miliardo. Anche se il neonato governo Conte dovesse decidere di realizzare solo parte del suo contratto, difficilmente risolverà questo problema. È probabile allora che il nuovo esecutivo cerchi di ottenere, anche con metodi energici e poco ortodossi, un allentamento dei vincoli europei.

Non sembra, però, che a Bruxelles ci sia molta voglia di concedere ciò. Anche se altri Paesi mediterranei dovessero unirsi al tentativo italiano (cosa affatto scontata), alcuni Stati settentrionali, come Paesi Bassi e Finlandia, si opporranno alle richieste di Roma. La Germania farà altrettanto. Concedere tempo e margine economico all’Italia, infatti, sarebbe visto come una resa nei confronti di un Paese che poco ha fatto per rimettere i conti a posto, nonostante il massiccio aiuto offerto dalla Banca Centrale col Quantitative Easing. Una mossa conciliatoria nei confronti dell’Italia sarebbe dunque immediatamente criticata dal partito euroscettico Alternativa per la Germania, il principale rivale della CDU, il partito della cancelliera Angela Merkel. Per quanto riguarda la Francia, l’impulso del Presidente Emmanuel Macron sembra essersi per ora esaurito. Le sue proposte di riforma hanno trovato più ostacoli del previsto, soprattutto nei Paesi citati sopra, e sono state considerevolmente ridimensionate da Merkel domenica scorsa. Il nuovo governo italiano può fare poco per cambiare questa situazione, anche se decidesse di abbandonare il progetto di alcuni suoi esponenti di usare la minaccia di uscire dall’euro come strumento per ottenere concessioni.

Lo scontro tra Italia e Unione, però, non sarà solo di regole, ma anche di idee e pregiudizi. Lo abbiamo già visto nei giorni successivi al veto di Mattarella alla nomina di Savona. A Bruxelles, esponenti politici europei si sono lasciati andare a commenti di dubbia utilità politica, con commentatori, giornalisti e politici italiani pronti a brandirli come prova che l’Europa stesse condizionando la politica nazionale. Tra gli episodi più noti c’è senza dubbio la frase “i mercati insegneranno agli italiani come votare per il lato giusto”, attribuita al commissario europeo Günther Oettinger martedì 29 maggio. La frase, però, era solo una sintesi molto semplicistica scritta dall’intervistatore in un tweet. Il giorno dopo, un membro tedesco del parlamento europeo, esponente della CSU, partito alleato alla CDU di Angela Merkel, ha dichiarato in un’intervista che, in caso di bancarotta italiana, “bisognerebbe invadere Roma e prendere possesso del Ministero dell’Economia”. Anche questo commento, certamente eccessivo e irrispettoso, è stato denunciato in Italia, col risultato di ingigantirne l’importanza. Allo stesso modo, dall’altro lato delle Alpi, stereotipi sui tedeschi hanno cominciato a riemergere. L’esempio più famoso ha riguardato Milena Gabanelli, che, in un video per la Dataroom del Corriere della Sera, ha usato un copricapo militare nazista per rappresentare i tedeschi. Accomunare la Germania di oggi a quella degli anni ’30 e ’40, però, viene fatto in maniera più esplicita da molti, incluso il nuovo Ministro agli Affari Europei. È evidente che, in questo contesto, è molto facile per tutt’e due le parti non solo lasciarsi andare a dichiarazioni colme di pregiudizi, ma anche denunciarle e amplificarle, dando così l’impressione che l’intera nazione le condivida.

Questo contribuisce ad accrescere la distanza tra Italia e Germania, oltre che tra Italia e Unione Europea. Questo avviene in un terreno già fertile. Studi annuali dell’Eurobarometro, che si occupa di registrare l’evoluzione dell’opinione pubblica europea, mostrano che l’Italia è tra i Paesi meno convinti dell’appartenenza all’Unione. In un sondaggio di quest’anno, solo il 44% degli italiani crede che l’Italia abbia beneficiato dal fare parte dell’Unione Europea. In un altro studio recente, la maggioranza relativa degli italiani (il 46%) ritiene che l’Italia avrebbe un futuro migliore fuori dall’Unione; in questo, sorpassata solo dal Regno Unito. Questo non vuol dire, ovviamente, che Roma seguirà le orme di Londra. Lo scetticismo verso Bruxelles, però, è ormai un fatto conclamato. E il risvegliarsi di rivalità nazionali, che vanno dai semplici stereotipi a un vero e proprio nazionalismo, può rendere il contrasto tra Italia e Unione ancora più difficile da risolvere.

 

Lo scontro a venire

A mio parere, è proprio questo scontro il fattore più importante per i prossimi mesi. I primi giorni della crisi lo hanno rivelato, con il pronto ricorso a pregiudizi da ambedue le parti. Sappiamo da tempo che le rivalità nazionali in Europa non sono scomparse. In Italia, la loro esistenza era stata mascherata per anni da una retorica europeista ideologica, e forse un po’ ingenua, adottata dalle maggiori istituzioni nazionali. Il velo di questo europeismo è stato probabilmente squarciato nel novembre 2011, con il governo Monti. A quell’epoca, l’idea che l’Unione Europea consista in restrizioni e interferenze, piuttosto che libertà e benefici, ha cominciato a farsi strada. È un’idea, questa, portata avanti con forza dalla Lega e, in passato, anche dal Movimento 5 Stelle. Ora che queste due forze politiche tenteranno di realizzare il loro contratto di governo, può farsi ancora più forte.

Si può già delineare un possibile scenario. Prima o dopo le elezioni europee del 2019, Lega e M5S cercheranno di fare più deficit per avverare le proprie promesse elettorali. Facendo questo, si scontreranno con l’Unione e, in particolare, con i Paesi del Nord, più fiscalmente conservatori. In questo contesto, sarà difficile resistere alla tentazione di ricorrere alla retorica delle rivalità nazionali per ottenere voti e consenso in patria. Naturalmente, è possibile che Salvini e Di Maio si fermino prima, consci dei rischi a cui esporrebbero il Paese andando a uno scontro frontale. Da come si sono comportati la scorsa settimana, però, è lecito dubitarne. Si correrà dunque il rischio di cadere in una spirale di accuse reciproche. Convincere gli italiani che la colpa è della Germania e di Bruxelles, però, può colpire la partecipazione italiana all’Unione nelle sue fondamenta ideali.

 

The English version of this piece is available here.


 

Andrea is a PhD candidate at the Department of War Studies, King’s College London, as well as the Editor-in-Chief of Strife. His research focuses on the strategy of urban armed groups in the Global South, in particular on their decision-making processes and their methods of territorial control. Andrea holds an MA in International and Diplomatic Sciences from the University of Bologna; he is also an alumnus of the Institute of Advanced Studies at the same university. His main interests include criminal organisations, drug trafficking networks, urban riots, and urban insurgencies. You can follow him on Twitter @Andrea_Varsori.


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